La guerra di Arwen. Inspiring people through history and stories

 

La guerra di Arwen

Si moltiplicano in questi giorni le metafore belliche: il paragone sempre più frequente tra l'emergenza sanitaria che stiamo vivendo e una nuova guerra globale aiuta a risvegliare nei popoli sentimenti di appartenenza e coraggio, indispensabili soprattutto quando quello che si ha di fronte è un nemico invisibile. I social sono inondati di citazioni di libri e pellicole dedicati a epici conflitti.

Ci sentiamo soldati: fanti che ogni giorno presidiano le proprie trincee. È una strana guerra, questa. Una guerra che la maggior parte dei cittadini combatte stando chiusa nelle proprie case indossando normali tute da ginnastica. I dispositivi di protezione individuale e i detergenti per le mani e le superfici sono i nostri scudi. I farmaci testati in corsia rappresentano la speranza di aver individuato nuove armi per schiacciare il nemico.

C’è una saga che più di altre viene ripresa in queste settimane, insieme alle sue battute più celebri. Si tratta dell’adattamento cinematografico de “Il Signore degli anelli”. La nostra mente va a Frodo, certo, al mezz'uomo che da solo regge il destino del mondo, accettando di compiere una missione considerata impossibile. Pensiamo a lui e al viaggio che per più di un anno lo tiene lontano dalla Contea dalla quale non era mai uscito. Eppure, è proprio attraverso il ricordo della Contea e dell’infanzia trascorsa lì che il suo compagno di viaggio Sam riesce nei momenti peggiori a restituirgli la forza per andare avanti. Questa storia è di conforto a tutti coloro che vivono l’isolamento lontano da casa. Perché no, non tutti in queste settimane “restiamo a casa”. C’è chi una casa dove restare non ce l’ha e si è trovato da un giorno all'altro a vivere una condizione di fuori-legge, affrontando una solitudine ancora più assoluta e spaventosa. Ma c’è anche chi qualche giorno fa ha ricevuto l’ordine di non muoversi dal Comune dove si trova, che magari non è il suo. Queste persone pensano a Frodo e Sam e iniziano a capire che la vera casa è dentro di noi e quindi vi si aggrappano con tutte le loro forze, nell'attesa di poter riabbracciare affetti e luoghi amati.

Tuttavia, c’è anche un’altra figura della saga che in questi giorni è di grande ispirazione. Si tratta di Aragorn, il Re di Gondor che alla fine trionfa sul male e inaugura un tempo di prosperità per la sua gente. Quindi pensiamo ad Aragorn perché è un vincente e non vediamo l’ora di seguire il suo esempio sul campo di battaglia di questa prova tanto ardua che il nostro tempo ci ha destinato? No. Pensiamo ad Aragorn perché, prima di trionfare, dal momento in cui scopre di essere l’erede al trono degli uomini, vaga per decenni nelle terre selvagge, in un lungo viaggio, certamente lastricato di prodi gesta, ma innanzitutto alla ricerca di sé stesso. E, quando infine prende parte alla missione della Compagnia dell’anello per annientare il male che soffoca la Terra di mezzo, non lo fa per gloria personale, ma per obbedire al dovere morale, che non ci è sconosciuto in queste ore, di mettere la propria spada al servizio della causa dei giusti.

Aragorn è un uomo eccezionale, ma a renderlo tale sono le insicurezze, le fragilità, l’attenzione agli ultimi che permeano ogni suo gesto. E lui, esule da sempre, a cosa è aggrappato?

Aragorn vince perché è costantemente ispirato da una stella: il suo amore per Arwen, Principessa degli elfi. I due sono divisi dalla mortalità di lui, che sembra un ostacolo insormontabile, finché Arwen, che al contrario sembra non vacillare mai, sceglie di sacrificare la sua vita eterna per non perdere l’uomo che ama. La grandezza di Tolkien forse è soprattutto qui. In questa saga la mortalità, quando c’è l’amore, diventa una scelta impregnata di gioia: la gioia della prospettiva di una sola, meravigliosa, vita da trascorrere assieme.

La Principessa quindi non va personalmente sul campo di battaglia, come fa invece un’altra meravigliosa figura femminile dell’universo tolkeniano. Ma resta nella Terra di mezzo per tutta la durata della guerra, seppur fisicamente lontana da Aragorn. La sua guerra, la sua sfida consiste nel mettere la sua vita nelle mani del destino dell’umanità. Consiste nella rinuncia della promessa dell’eterno in favore dell’abbraccio dell’incertezza.

 

Arwen resta nella casa in cui è nata e aspetta di raggiungere la sua nuova dimora, quella che lei ha scelto e che condividerà con Aragorn. La fede e l’amore di lei salvano entrambi, contribuendo in modo determinante alla salvezza dell’umanità.

La nuova dimora che dobbiamo aspettare tutti in questi giorni è la vita che costruiremo appena usciti da questo vortice di solitudine, paura e dolore. Un monito importante in questo senso è arrivato persino dal Papa nel corso della sua storica omelia di qualche giorno fa, quando ci ha incoraggiati a “cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta”. Cominciamo dalla scelta fondamentale: quando torneremo alla nostra libertà, ci sforzeremo di essere ogni giorno la parte migliore di noi stessi.

 

Giulia Iacovelli

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