La ripartenza: quale futuro per le donne italiane?

“Le donne hanno sempre dovuto lottare doppiamente. Hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello sociale. Le donne sono la colonna vertebrale della società”.

A pronunciare queste parole è Rita Levi Montalcini, l’unica donna italiana ad aver vinto il premio Nobel per la medicina nel 1986.

In questi mesi di crisi pandemica, i pesi di cui parla la grande scienziata, per le donne sono stati immensi. Essere donna , madre e lavoratrice in Italia è sempre stato un problema più che una risorsa, e la quarantena forzata ci ha restituito un quadro non edificante. Ci sono due considerazioni su cui vorrei soffermarmi; una riguarda il passato recente, l’altra il futuro. In un recente rapporto, Save the Children ha definito “equilibriste” le donne madri lavoratrici; “equilibriste” perché il coronavirus ha reso necessarie delle misure che hanno portato le donne a farsi carico del lavoro e della famiglia, in un gioco di equilibrio appunto tra l’istruzione dei figli, la cura della casa e il lavoro.

Valore D, l’associazione di imprese in Italia che da anni si impegna per l’equilibrio di genere, ha stimato che su un campione di 1300 donne lavoratrici, 1 su 3 ha lavorato più di prima e non è riuscita a mantenere un equilibrio tra vita professionale e attività domestiche. Si è parlato molto di smart working ma è evidente che qualcosa per le donne non ha funzionato. La seconda considerazione riguarda le misure previste dal Decreto Rilancio; questo documento è privo di un piano di investimenti per il lavoro delle donne.

Questo fatto, gravissimo, rischia di indebolire la già precaria condizione delle lavoratrici, specie se madri. Queste due considerazioni rispecchiano la totale mancanza di visione e di consapevolezza che non è il benessere a creare opportunità per le donne ma è esattamente il contrario. Da diversi anni le più importanti istituzioni a livello mondiale pubblicano dati ed evidenze ; il Fondo monetario internazionale ha stimato che il riequilibrio di genere nel lavoro a livello mondiale comporterebbe una crescita del Pil del 35% entro il 2025.

Questo dato stride con quel 76esimo posto che il World Economic Forum 2020 ci ha assegnato per Gender gap occupazionale e retributivo.

La crisi pandemica, contrariamente a quella visione catartica che molti le hanno attribuito, ha acuito questo fenomeno, perché è innegabile che in tutto il mondo, le condizioni delle lavoratrici hanno subito un deterioramento a livello occupazionale e retributivo. Le donne in questi mesi di emergenza hanno pagato un prezzo molto alto.

Colpa di un modello di organizzazione culturale e socio- economico che le vede sempre un passo indietro. E qui arriviamo al punto: l’agenda politica italiana considera prioritario il miglioramento delle condizioni lavorative femminili inteso come parità di accesso al lavoro, parità retributiva, conciliazione vita- lavoro e supporto alla genitorialità ?

La risposta è no. Se i nostri figli non possono andare a scuola e mancano i servizi, chi si occupa di loro?

La maggior parte delle risposte indicherebbe le donne, con conseguente rinuncia o riduzione del proprio lavoro. Ognuno deve fare la sua parte; la società deve abbattere i pregiudizi e gli stereotipi di genere che portano a un trattamento differenziato. La politica deve considerare come prioritario il ruolo della donna nella società e abbandonare una visione che la vede come oggetto di tutela più che come risorsa su cui investire.

Corinna Maci

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